La Trieste Opicina
"Il salone viaggiante Alfa Romeo", i ricordi dell'ex collaudatore Fernando Melelli
Si è svolto questa sera, mercoledì 3 settembre 2025, alle ore 18.30, presso la sede della Società Triestina Sport del Mare, un incontro che ha saputo unire testimonianze di vita vissura, storia e passione per i motori. Protagonista della conferenza è stato Fernando Melelli, socio del Club dei Venti all'Ora, ex collaudatore Alfa Romeo a metà degli anni '60,
che ha guidato il pubblico in un affascinante viaggio nel tempo alla scoperta del “Salone Viaggiante” della casa del biscione, una straordinaria iniziativa nata nel 1966 nata con l'intento di promuovere l’automobile italiana nelle piazze e nelle strade del nostro Paese. Tra curiosità, aneddoti e immagini d’epoca, Melelli ha saputo raccontare un pezzo di storia poco noto ai più ma ricco di significato per il mondo dell’automobilismo e della comunicazione del secondo dopoguerra.
IL SALONE VIAGGIANTE ALFA ROMEO ATTRAVERSO I RICORDI DI FERNANDO MELELLI:
Nel 1966 l’Alfa Romeo portò in giro per lo stivale non solo le sue vetture, ma un’innovativa strategia di marketing che faceva arrivare i suoi modelli nel cuore della città italiane promuovendo al contempo lo stile, l'innovazione e la qualità meccanica dei prodotti automobilistici italiani di quell'epoca. A bordo di tre saloni viaggianti, dieci giovani selezionati dalla sede di Milano percorsero il Paese per presentare l'iconica Alfa Romeo Spider “Duetto” e altri modelli oggi divenuti dei veri e propri capisaldi della storia del marchio. Tra loro, il toscano Fernando Melelli, allora poco più che ventenne, oggi, socio del Club dei Venti all'Ora Trieste 1961 nonchè memoria vivente di un’esperienza irripetibile.
Fernando, com’è cominciato tutto?
Devo tutto a mio padre. Era cliente della Scar Autostrada di Firenze, e un giorno il titolare gli disse che l'Alfa Romeo cercava giovani per un lavoro temporaneo, sei mesi, ma molto particolare: portare in giro i nuovi modelli per tutta l’Italia, in tre saloni viaggianti. Era il lancio del “Duetto”, lo spider appena presentato a Ginevra, l’ultimo studio di Pininfarina. Mi candidai… e fui scelto.
Come erano organizzati questi saloni?
Tre team, tre zone. Il primo per il Nord Italia, il secondo – il mio – per la Sardegna e il Centro, il terzo per il Sud, dalla Campania alla Sicilia. In ogni tappa esponevamo otto modelli, tra cui la Giulia 1600 TI, il GT Veloce, la berlina 1300, la 2600, e la “Quattroruote Zagato”, una spider ispirata alla 6C 1750 degli anni ‘30.
Qual era il vostro ruolo esatto?
Non eravamo semplici presentatori. Eravamo piloti, tecnici, ambasciatori del marchio. Preparati a rispondere a ogni domanda tecnica, a spiegare, ma soprattutto a far provare le auto. Anzi, a guidarle noi, per farle vivere al pubblico. Nessuno poteva mettersi al volante tranne noi. Le prove avvenivano su strade normali, ed erano... intense. Il pubblico voleva sentire “il muggito” del motore, le riprese, la tenuta. Mica i sedili comodi!
E i viaggi? La logistica?
Indimenticabile. A Macomer, ad esempio, trovammo già pronti gli stendardi. Disponemmo le auto a semicerchio, conoscemmo il concessionario di zona, come avveniva in ogni tappa. Un giorno, ricordo, un pastore sardo mi chiese il prezzo del GT Veloce. Gli dissi: “Due milioni”. E lui: “Sì, ma in pecuri?”
Come venivano accolti i modelli?
Con grande entusiasmo, anche se qualche dubbio c’era. Il “Duetto”, per esempio, preoccupava: troppo originale. Lo chiamavano “Osso di seppia” per le forme inconsuete. Eppure colpì. Poi arrivarono le versioni potenziate per l’America, e il modello a “coda tronca”.
Cosa ricorda della vita di squadra?
Eravamo dieci nel nostro salone, alcuni avevano già esperienze nei rally, come Tony Laurent e Perniciaro. Siamo diventati una squadra. Le giornate scorrevano tra accoglienza al pubblico e prove su strada. Ricordo l’incontro con De Adamich nel Mugello: girava con l’Alfa 33, si fermò per un saluto. Era una famiglia, anche se ogni tanto ci scappava la risata: come quella volta che dovemmo “salvare” la giovane moglie dell’ispettore dall’eccessiva attenzione di un gruppo di ragazzi sardi…
C’erano anche momenti conviviali?
Eccome. A Nuoro, il concessionario Manca ci organizzò un pranzo in un ovile. Carne di agnello e porceddu serviti su foglie di fico, vino Cannonau, pane carasau... Parlavano in barbaricino, noi cercavamo di ringraziare in cucina, ma fummo “accompagnati” fuori con gentilezza decisa. Le donne, a quanto pare, rimanevano nascoste.
Quale vettura l’ha colpita di più?
La Quattroruote Zagato. Leggerissima, solo 750 kg, motore Giulia TI. In quinta faceva i 155 km/h, un rapporto peso-potenza eccezionale. Quando la riconsegnai a Milano segnava 23.000 km. Me la sono proprio goduta.
Che tipo di formazione ricevette per questo incarico?
Abbiamo fatto un corso in Brianza, tecnico e psicologico. Ci insegnavano come parlare al pubblico e come guidare in modo elegante, mai “selvaggio”. A Monza, il collaudatore Battistini ci fece lezione in pista. Diceva: “Niente zingarate!”.
E alla fine, cosa le ha lasciato quell’esperienza?
Un patrimonio di emozioni. La fiducia dell’Alfa Romeo, il contatto diretto col pubblico, il privilegio di guidare vetture leggendarie. E l’onore di non aver causato neanche un incidente, nonostante la guida “vivace”. Sei mesi volati, terminati il 30 settembre 1966, ma impressi per sempre nella memoria.
FOTOGALLERY CON IMMAGINI STORICHE DALL'ARCHIVIO PERSONALE DI FERNANDO MELELLI:
